Quando il Mare Nostrum diventò un lago
Negli anni Sessanta del Novecento una grande scoperta scosse il mondo della geologia.
Grazie al ritrovamento di depositi chiamati evaporiti, cioè sedimenti minerali che si formano a causa dell’evaporazione dell’acqua, si scoprì che circa sei milioni di anni fa l’aspetto dell’attuale Mediterraneo aveva subito una grande trasformazione.
Vediamo la storia che narra di quando il Mare Nostrum, nome romano per il Mar Mediterraneo, divenne un lago.
Una storia tormentata
Sistema di stretti nel periodo Tortoniano, precedente alla crisi di salinità Messiniana.
Tra i 5 e i 6 milioni di anni fa il Mediterraneo restò isolato dall’Atlantico.
In quell’epoca non esisteva ancora un unico ”stretto di Gibilterra” e mare e oceano erano collegati da un insieme di stretti.
Probabilmente molte cause agirono insieme per portare alla chiusura di questo sistema di stretti: abbassamento del livello dei mari per un aumento dei ghiacci alle alte latitudini, innalzamento della crosta terrestre, movimenti tettonici fra Europa e Africa.
Come risultato, durante la seconda parte del periodo geologico noto come “Messiniano”, il Mar Mediterraneo divenne più volte un lago chiuso, sempre più ridotto e sempre più salato.
Cosa prosciugò il Mar Mediterraneo?
Il Mar Mediterraneo è in deficit d’acqua: l’apporto delle precipitazioni e dei fiumi non è sufficiente a compensare la forte evaporazione. Per questo motivo, attraverso lo Stretto di Gibilterra le acque dell’Oceano Atlantico si riversano nel Mediterraneo, compensando questo squilibrio. Nel secolo scorso, l'esplorazione scientifica del fondo marino rivelò che le acque del Mar Mediterraneo, fra 5 e 6 milioni di anni fa, evaporarono perché gli stretti che collegavano Mediterraneo e Atlantico si chiusero. Per circa 270 mila anni, molte zone del bacino furono trasformate in terre aride e salate. Circa cinque milioni di anni fa, lo stretto si riaprì facendo rinascere l’antico mare.
Non sufficientemente compensate dalle precipitazioni e bloccato l’apporto dall’Oceano Atlantico, enormi quantità d’acqua del Mar Mediterraneo evaporarono, scoprendo estese porzioni del fondo marino e collegando tra loro terre prima separate.
Silene coniflora presso Palmira, nel deserto siriano.
Lorenzo Cecchi | Diritti riservatiOltre ai collegamenti di molte isole con la terraferma, che consentirono scambi e movimenti di flora e fauna prima impossibili, la principale conseguenza sulla biosfera fu una forte radiazione evolutiva nei gruppi meglio adattati a colonizzare e a differenziarsi in ambienti aridi e semiaridi (xerofilìa).
Le evidenze biologiche di questi collegamenti sono sempre più numerose, per le tante specie ad areale “disgiunto” oggi sulle opposte rive di ampi tratti di mare aperto, e per le forme relittuali, testimoni cioè di quell’antica rivoluzione ambientale, isolate nei pochi habitat che ne conservano ancora memoria.
Gravina di Laterza
Silvia Giamberini | Diritti riservatiIn molte aree calcaree della Puglia, ad esempio, comprese quelle scavate dal piccolo torrente che scorre sul fondo della gravina di Laterza, troviamo piante e animali che hanno i loro più vicini parenti al di là dell’Adriatico, dove abbondano depositi calcarei della stessa natura.
Troglophilus andreinii
Gravina di Laterza
Antonio Conte | Diritti riservati | Adobe StockAlbania, Grecia, Montenegro: tutti questi territori mostrano sorprendenti analogie con la flora e fauna pugliesi o abruzzesi, anche tra piante e animali che difficilmente avrebbero potuto attraversare il mare.
Una parte di loro è forse arrivata da nord, girando intorno all’Adriatico, ma per altri la spiegazione è più semplice: sono arrivati qui quando l’Adriatico non c’era e tra i Balcani e l’Italia si sarebbe potuti passare “a piedi”.
Picchio dalmatino (Dendrocopos leucotos)
Testimoni del tempo: rocce, piante e animali
L’alabastro, pietra simbolo dell’artigianato volterrano, è un calcare evaporitico, cioè il prodotto dell’antica concrezione calcarea dovuta a una forte evaporazione.
Parco dei gessi di Bologna
pcruciatti | Diritti riservati | Adobe StockLo spesso e continuo strato di rocce evaporitiche presente su tutto il fondo del Mediterraneo è la prova più evidente della crisi che tutto il bacino dovette affrontare nel Messiniano, per la chiusura dei collegamenti con l’Atlantico.
Miniera di sale
nordroden | Diritti riservati | Adobe StockLe miniere di salgemma siciliane, in particolare, documentano gli impressionanti effetti dell’evaporazione del Mediterraneo come poche altre testimonianze fossili.
Sale minerale
Evidenze fossili della crisi di salinità del Messiniano si trovano oggi anche in luoghi insospettabili come la Gola di Tramosasso, nell’Appennino Bolognese, dove i resti di pesci tipici di acque fortemente salate testimoniano le fasi più acute della contrazione del Mediterraneo.
Melanopsis etrusca
Giacomo Radi | Diritti riservatiTra i più sobri testimoni italiani dell’antica fauna del Messiniano c’è una piccola e rara chiocciolina, la melanopside etrusca (Melanopsis etrusca).
Questa specie sopravvive oggi nei pressi di pochissime sorgenti di acqua termale in Toscana, dove si presume si mantengano condizioni simili a quelle del grande lago salato mediterraneo.
Paesaggio “arso” con Echium wildpretii, Tenerife
Nicola Destefano | Diritti riservatiLe spettacolari ciperine delle Canarie, tra le quali spicca quella di Wildpret endemica di Tenerife (Echium wildpretii), sono insoliti discendenti arborei di piante tipicamente erbacee, diffuse in gran parte del Regno Tetidico tra le isole di Capo Verde e la Turchia.
Essendo tipiche di ambienti aridi, queste piante hanno visto l’apice della loro differenziazione proprio nel periodo più critico per il bacino mediterraneo.
Wildpret (Echium wildpretii)
Nelle acque salmastre italiane nuotano ancora i superstiti di quel periodo.
I noni (Aphanius fasciatus) sono piccoli pesci di acque salmastre, considerati un relitto biogeografico della fauna che popolava ampiamente il Mediterraneo prima del Messiniano.
Nono
I noni fossili (Aphanius crassicaudus) che abbondano nei giacimenti gessosi attorno ad Alba, in Piemonte, sono inclusi nei calcari evaporitici depositatisi durante la crisi di salinità.
L’abbondante presenza di impronte organiche dimostra come questi organismi siano morti in condizioni di forte salinità, in cui i processi di putrefazione erano rallentati.
Nono fossile (Aphanius crassicaudus)
Tutte queste forme di rocce, piante e animali che testimoniano la crisi del Messiniano risalgono a tempi geologici recenti, di pochi milioni di anni fa.
Tuttavia, i sedimenti sui quali crescono le più comuni piante dell’area mediterranea, inclusa l’area delle Murge e della gravina di Laterza, sono molto più antichi.
A differenza dei calcari del Messiniano, di tipo evaporitico, si tratta in questo caso di calcari di tipo organogeno, che risalgono al periodo chiamato Cretaceo. Parliamo cioè di un tempo molto più lontano, stimato tra 145 e 65 milioni di anni fa.
Questi sedimenti organogeni sono stati portati in superficie dal sollevamento del fondo oceanico, avvenuto durante la formazione delle principali terre emerse che circondano oggi il bacino del Mediterraneo.
Adattamenti estremi all’aridità
Farinaccio (Chenopodium album)
Taste the Image | Diritti riservati | Adobe StockAlle nostre latitudini è facile trovare luoghi dove il sale abbonda o dove l’acqua scarseggia. A dominare questi ambienti sono spesso i rappresentanti di una famiglia di vegetali estremamente versatile, le Chenopodiaceae.
Se ne trovano specie in ambienti assai diversi, in quasi tutto il mondo. La massima diversità di forme e adattamenti, che dimostra una grande capacità di sopportare lo stress idrico, si riscontra a margine dei deserti, nelle sconfinate steppe dell’Asia centrale, sulle coste di lagune e stagni salmastri. Oppure, negli ambienti ruderali delle nostre città.
Farinaccio
Spinaci e bietole appartengono a una famiglia, le Chenopodiaceae, con specie spesso adattate a suoli salini e a forti stress idrici. Qui, una Bietola a frutti grandi (Beta macrocarpa) cresciuta spontaneamente su depositi minerari presso Scarlino (Toscana meridionale).
Lorenzo Cecchi | Diritti riservatiLe fioriture poco appariscenti rendono le Chenopodiaceae poco vistose. Tuttavia, queste piante rappresentano un elemento importante in questi tipi di ecosistemi aridi, costituendo talora il fondamento di tutta la rete trofica.
La bietola a frutti grandi (Beta macrocarpa), ad esempio, è una chenopodiacea che, come la specie affine ampiamente utilizzata in cucina, tollera condizioni di forte aridità e salinità.
La bietola a frutti grandi si integra nelle comunità di specie alofile vicine alle coste.
Riesce a diffondersi anche in ambienti fortemente antropizzati, ostili ad altre specie, come ad esempio sui depositi artificiali di “gesso rosso”, uno scarto di lavorazione industriale ricchissimo di biossido di titanio, di vanadio, arsenico e di molti altri elementi e composti tossici.
Depositi di gesso rosso presso una cava di ilmenite
Gli adattamenti delle piante al cambiamento climatico del Messiniano
Francesca Carruggio (Università degli Studi di Bari "Aldo Moro") racconta del disseccamento del Mediterraneo avvenuto nel cosiddetto piano Messiniano, tra 7 e 5 milioni di anni fa, uno degli eventi più incisivi della storia geologica mediterranea. Racconta della migrazione nel bacino del Mediterraneo di una serie di specie da cui sono derivate quelle che attualmente vivono nei suoli salati del Mediterraneo e degli adattamenti delle piante all’aridità.
L’esempio delle Chenopodiacee e delle diverse specie animali adattate alle difficili condizioni degli ecosistemi aridi mostra come la presenza di pesanti pressioni ambientali produca una spinta importante verso l’evoluzione di forme specializzate.
È possibile quindi rintracciare la storia del Mediterraneo degli ultimi 5 milioni di anni ‒ così articolata e complessa ‒ non solo nella geologia e nei depositi rocciosi, ma anche nelle specie animali e vegetali che hanno sviluppato adattamenti alle condizioni di forte salinità e di elevata concentrazione di composti chimici.