Eco system, virtual museum
Duccio Rocchini | Diritti riservati
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Silvia Giamberini | Diritti riservati

L’impronta umana sulle montagne

Il rapporto tra esseri umani e montagne: impatti e sostenibilità

Esseri umani e montagna

A causa delle condizioni spesso estreme, il territorio montano si è presentato ai primi umani come un ambiente misterioso e, probabilmente, spaventoso.
Luogo mistico e al contempo repellente, la sua percezione è cambiata nel corso dei secoli, diventando “moderna” durante il Romanticismo.
Ma quando avvenne il primo incontro tra l’uomo e la montagna?

Testimonianze archeologiche di presenza umana in montagna

Testimonianze archeologiche di presenza umana in montagna

Luca Giarelli | CC BY-SA 3.0 | Wikimedia Commons

La presenza umana sulle Alpi risale a circa 40.000 anni fa, in aree periferiche da cui forse partivano brevi spedizioni di caccia in quota, vista l’abbondanza di grandi mammiferi.

Georgia

Georgia

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Solo dopo la fine dell’ultima glaciazione, avvenuta fra i 10 e 15 mila anni fa, le montagne sono diventate più accessibili. È da allora che gli umani hanno iniziato a bruciare e sfruttare la foresta e ad attraversare valichi verso altre valli.

Testimonianze archeologiche di presenza umana in montagna

Testimonianze archeologiche di presenza umana in montagna

Luca Giarelli | CC BY-SA 3.0 | Wikimedia Commons

Come sembra stesse facendo Ötzi, l’Uomo del Similaun, 5300 anni fa, quando fu ferito a morte in alta Val Senales, a oltre 3200 metri di quota. Il suo corpo incredibilmente ben conservato fu ritrovato nel 1991 fra i ghiacci ormai in fase inesorabile di fusione.

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Ötzi apparteneva a una popolazione che aveva iniziato la cosiddetta “rivoluzione neolitica”: conoscevano l’uso dei metalli, erano coltivatori e allevatori.
Per coltivare e far pascolare il bestiame era necessario eliminare parte delle foreste che avevano seguito progressivamente il ritiro dei ghiacci.

Le ricerche archeologiche indicano che la tecnica del “taglia e brucia” si è diffusa soprattutto a partire dall’Età del Bronzo (2100–800 a.C.); la creazione di pascoli si intensificò durante l’Età del Ferro e sino al crollo dell’Impero romano, periodo durante il quale era già praticata la transumanza.

Transumanza in Trentino

Transumanza in Trentino

Villaggio preistorico, Scozia

Villaggio preistorico, Scozia

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Particolarmente intense in alcune aree furono l’estrazione e la lavorazione dei metalli, alle quali si associò una frequentazione umana intensa e l’abbattimento delle foreste per sfruttare il legname.

Castello di Vogogna (1348), Valle Ossola, Piemonte

Castello di Vogogna (1348), Valle Ossola, Piemonte

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Da 4 mila anni fa sino ad alcuni decenni or sono, la tendenza a occupare aree sempre più in quota, è continuata, specialmente nelle fasi di espansione demografica umana e durante i cosiddetti “optimum climatici”.

Acquedotto romano

Acquedotto romano

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Questi ultimi furono periodi più “caldi”, come quello dell'età del Bronzo o quelli di epoca romana del III Secolo a.C. Oppure ancora fra il 250 e il 400 d.C. e poi in epoca medievale, fra il IX e il XIV Secolo, prima che iniziasse la Piccola Età Glaciale (circa 1300-1850 d.C.). In queste comunità i livelli di vita degli abitanti erano tutt’altro che al limite.

In alcuni periodi storici si formarono comunità montane libere, slegate dai sistemi feudali e regolate da norme relativamente democratiche, mentre altrove i servi della gleba vivevano in una condizione sostanzialmente di schiavitù.

Lavorazione dei metalli nel Medioevo

Lavorazione dei metalli nel Medioevo

Nicola Destefano | Diritti riservati

Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, molte popolazioni rurali hanno preferito emigrare dalle Alpi e gli Appennini verso le città alla ricerca di condizioni di vita migliori. Con l’eccezione delle località turistiche dedicate agli sport invernali, i pascoli sono stati in gran parte abbandonati.

Trentino

Trentino

Diritti riservati

Con la complicità delle temperature in crescita, oggi la foresta sta tornando a occupare gli spazi anticamente sottratti dall’attività umana. Le radure si chiudono e il bosco si espande verso quote superiori, a causa della riduzione del pascolo e del mancato intervento di controllo umano sulla vegetazione legnosa.

Taglio del bosco

Taglio del bosco

Le popolazioni delle specie animali legate alle foreste sono quindi in espansione, a scapito delle specie delle zone aperte, la cui presenza era invece favorita dalla presenza del pascolo.

Capriolo

Capriolo

Alcuni grandi mammiferi delle zone aperte, come lo stambecco (Capra ibex) e il camoscio (Rupicapra rupicapra), hanno visto un nuovo aumento delle popolazioni grazie alla creazione di aree protette, a una migliore legislazione venatoria e una riduzione generalizzata delle interferenze umane.

Camoscio, Gran Paradiso

Camoscio, Gran Paradiso

Vacche al pascolo/abbeverataCampo imperatore, PN Gran Sasso e Monti della Laga, Abruzzo

Vacche al pascolo/abbeverata
Campo imperatore, PN Gran Sasso e Monti della Laga, Abruzzo

Le foreste montane sono state considerate in modo differente nei diversi periodi: ambienti da bruciare per favorire una vegetazione più ricca per la selvaggina, oppure da trasformare e dissodare per il pascolo e l’agricoltura, ma anche risorsa per l’approvvigionamento di materia prima e di combustibile.

Foresta di abeti rossi (Picea abies)

Foresta di abeti rossi (Picea abies)

Oggi non è facile individuare sulle Alpi e sugli Appennini tratti di foresta primaria, cioè non influenzata dalle attività umane. Vaste superfici sono state sfruttate per ricavarne legname da opera, spesso sostituendo le specie arboree originali con piante di interesse commerciale.
In alcune zone alpine, le distese di abeti rossi (Picea abies) sono frutto esclusivo di piantumazioni, meno resistenti agli eventi climatici estremi e all’attacco di parassiti.

L’acqua: risorsa per l’economia, risorsa per l’ambiente

Silvia Giamberini | Diritti riservati

L’acqua è una componente fondamentale degli ecosistemi: anche in montagna, insieme agli altri fattori come l’altitudine e le temperature, condiziona il tipo e l’abbondanza di flora e fauna. Ma l’acqua serve anche alle comunità umane, e le pratiche di captazione hanno spesso prodotto impatti rilevanti sugli ecosistemi montani.

Diga

Diga

Angela Boggero | Diritti riservati

La produzione di energia idroelettrica sfrutta l’energia potenziale gravitazionale di un volume d’acqua trattenuto in un invaso artificiale, oppure l’energia cinetica di un corso d’acqua.

Si tratta di energia rinnovabile la cui produzione non emette gas serra né inquinanti. Tuttavia, gli sbarramenti delle dighe limitano la disponibilità di acqua nei torrenti a valle e impediscono alle specie ittiche di risalirne il corso. Occorre quindi stare attenti a non far scendere la portata dei corsi d’acqua sotto il “minimo vitale” per l’integrità degli ecosistemi che li popolano.

La diga di Loch Doon a Carrick in Scozia. Tale struttura è stata costruita per realizzare un generatore idroelettrico che innalzasse il livello dell'acqua

La diga di Loch Doon a Carrick in Scozia. Tale struttura è stata costruita per realizzare un generatore idroelettrico che innalzasse il livello dell'acqua

Invaso artificiale in montagna

Invaso artificiale in montagna

Angela Boggero | Diritti riservati

L’aumento delle temperature riduce le precipitazioni nevose a vantaggio della pioggia e favorisce la fusione anticipata della neve, limitando le riserva d’acqua disponibili all’inizio della stagione calda.

Per far fronte alle necessità turistico-economiche dei territori montani nel periodo invernale, si sono costruiti bacini artificiali dove raccogliere l’acqua da trasformare in neve per le piste da sci.
La neve artificiale però è più compatta e più pesante. Questo può provocare un minor isolamento termico del suolo, con possibile degrado del manto erboso, il ritardo nell’inizio della stagione vegetativa e una maggior predisposizione all’erosione.

Bacino per la produzione di neve artificiale nelle Dolomiti

Bacino per la produzione di neve artificiale nelle Dolomiti

Ruscello di montagna

Ruscello di montagna

senadesign | Diritti riservati | Adobe Stock

In passato, la disponibilità di acqua in montagna non è mai stata percepita come un problema: la sua disponibilità era costante e il suo utilizzo non impattava negativamente sugli ecosistemi. Oggi, invece, anche in montagna sperimentiamo condizioni siccitose e la carenza di acqua sta diventando un problema.

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Alla luce del maggior fabbisogno e degli impatti negativi dei cambiamenti climatici, le modalità di uso dell’acqua in montagna devono essere progettate dando priorità alla conservazione della risorsa e degli ecosistemi.

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Arrivano gli esseri umani, arriva l’inquinamento

Smog causato da inquinamento in un città in pianura

Smog causato da inquinamento in un città in pianura

La qualità dell’aria in montagna è in generale migliore di quella di pianura, dove gli inquinanti atmosferici, urbani o industriali, restano spesso confinati. A volte però, in specifiche condizioni di circolazione atmosferica, questi inquinanti possono raggiungere le montagne e i ghiacciai sospinti dalla brezza di valle.

Campo base dell’Everest

Campo base dell’Everest

stveak | Diritti riservati | Adobe Stock

Un esempio drammatico viene dalle montagne del Nepal. Vicino al campo base dell’Everest si possono misurare alti livelli di inquinamento dell’aria, generati dai venti che provengono dalla pianura circostante e portano con sé sostanze inquinanti e vari tipi di particolato (polveri sottili).

Miniera di carbone

Miniera di carbone

Parilov | Diritti riservati | Adobe Stock

Tra gli inquinanti principali si trovano i nitrati generati dall’uso di combustibili fossili e di fertilizzanti artificiali, che si depositano nei suoli delle foreste montane, alterandone il normale ciclo dell’azoto.

Raffineria petrolifera

Raffineria petrolifera

I nitrati generano molti danni alle foreste montane, soprattutto in Europa e Nord America. L’azoto “fertilizza” le piante aumentando la produttività, ma al tempo stesso induce una minore resistenza agli stress ambientali, altera il tipo di sottobosco e le comunità fungine, e causa acidificazione del suolo ed eutrofizzazione delle acque a causa della lisciviazione.

Traffico stradale, Gottardo

Traffico stradale, Gottardo

fotoember | Diritti riservati | Adobe Stock

Il traffico delle valli alpine, chiuse e incassate, gli incendi boschivi e la combustione del legno per usi domestici inquinano l’atmosfera montana con la “fuliggine” (spesso chiamata anche black carbon), un composto climalterante dannoso per la salute e per l’ambiente.

Combustione legna

Combustione legna

Ciò avviene soprattutto in inverno, quando ristagna nei fondovalle a causa della difficoltà di dispersione dovuta all’orografia e all’inversione termica. Particolato atmosferico e ossidi di azoto si possono combinare con l’ammoniaca prodotta dalle pratiche di fertilizzazione, producendo particolato secondario.

Matteo Ceruti | Diritti riservati | Adobe Stock

Alcune infrastrutture di ricerca in alta quota, come l’osservatorio Testa Grigia di Plateau Rosa (3480 m Alpi occidentali) e la stazione globale GAW-WMO di Monte Cimone (Appennino settentrionale, 2165 m), monitorano costantemente la qualità dell’aria e l’andamento dei composti climalteranti in montagna.
I ricercatori italiani analizzano anche inquinanti “emergenti”, come le microplastiche, ritrovate sulla superficie del manto nevoso, il black carbon, e metalli pesanti come il mercurio, trasportati dalla circolazione atmosferica.

Stazione Testa Grigia

Stazione Testa Grigia

Il rinvenimento di microplastiche nei più remoti e diversi ambienti del nostro pianeta ha destato particolare scalpore negli ultimi anni. Sui ghiacciai alpini, le quantità di microplastiche sono tutt’altro che insignificanti. Per il ghiacciaio dei Forni, ad esempio, in Alta Valtellina, sono stati rinvenuti circa 74 frammenti di plastiche per ogni kg di sedimento fine sovraglaciale, una concentrazione paragonabile a quella osservata per i sedimenti marini europei.

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Come se non bastasse, da alcuni anni si è diffuso un fenomeno di progressivo annerimento della superficie dei ghiacciai. Questo colore grigiastro, derivante dalla presenza di detriti rocciosi e di black carbon, rende la neve e il ghiaccio meno bianchi e riflettenti, causando un aumento della loro velocità di fusione.

Ghiacciaio coperto da detriti

Ghiacciaio coperto da detriti

In Italia, lo sfruttamento minerario per l’estrazione dei metalli è iniziato circa 5 mila anni fa. Cave e miniere sono state numerose nelle Alpi e negli Appennini, oltre che nelle colline toscane, in Sicilia e in Sardegna.

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La composizione e la quantità del tipo di estrazioni è cambiata nel tempo. Miniere e cave storiche, con dimensioni e impatti limitati localmente, sono state abbandonate e chiuse, oppure, se sopravvissute, sono state sostituite da imprese estrattive più estese e impattanti.

Alexander | Diritti riservati | Adobe Stock

Molte miniere montane sono state abbandonate a causa della perdita di redditività dovuta alla diminuzione dei costi di trasporto dall’estero. Siti minerari abbandonati, se non adeguatamente bonificati, possono inquinare sorgenti e corsi d’acqua e renderli inadatti alla vita acquatica.

Il greto del torrente è stato trasformato in un ravaneto che raccoglie i detriti delle cave di marmo.

Il greto del torrente è stato trasformato in un ravaneto che raccoglie i detriti delle cave di marmo.

Cava di marmo in località Orto di Donna, Alpi Apuane

Cava di marmo in località Orto di Donna, Alpi Apuane

Associazione “Apuane Libere” | Diritti riservati

Le cave a cielo aperto, oltre al problema dell’impatto visivo e acustico sull’ambiente montano, che ne compromette la fruizione per usi ricreativi, generano elevati disturbi alla flora, alla fauna e all’ambiente acquatico. Le conseguenze sono la distruzione e la frammentazione degli habitat, il disturbo alla fauna causato dal rumore, il prelievo di acqua, e la contaminazione dei corsi d’acqua per la dispersione di oli di macchinari e di polveri di lavorazione (marmettola) che si depositano sul fondo.

Marmettola

Marmettola

Federico Rostagno | Diritti riservati | Adobe Stock

Con le cave sotterranee si rischia invece di intercettare e deviare importanti vene d’acqua. Esemplificativo di tutti questi impatti è il caso delle Alpi Apuane, dove avviene l’estrazione del marmo bianco di Carrara.

Arrivano da lontano: le specie “aliene”

Sciacallo dorato, specie simbolo della recente colonizzazione di buona parte dell’Europa continentale, Italia inclusa. Specie oramai presente in buona parte delle regioni del nord e centro Italia.

Sciacallo dorato, specie simbolo della recente colonizzazione di buona parte dell’Europa continentale, Italia inclusa. Specie oramai presente in buona parte delle regioni del nord e centro Italia.

Nicola Destefano | Diritti riservati

I movimenti di piante e animali sono una caratteristica costante degli ecosistemi. Le specie si spostano, abbandonano gli ambienti diventati inospitali a causa dei cambiamenti climatici, della scarsità di risorse o della competizione con altre specie, e colonizzano nuovi ambienti.

Nutria

Nutria

Nicola Destefano | Diritti riservati

Nella maggior parte dei casi, questi spostamenti sono continui, lenti, e l’areale delle diverse specie si modifica gradualmente. Tuttavia, eventi accidentali o interventi umani possono portare all’introduzione di specie “aliene” (o meglio alloctone) in un ecosistema completamente diverso, con effetti talvolta destabilizzanti.

Scoiattolo grigio, fotografato in prossimità dei siti in cui sono avvenuti i primi rilasci della specie in Italia (provincia di Torino, 1948).

Scoiattolo grigio, fotografato in prossimità dei siti in cui sono avvenuti i primi rilasci della specie in Italia (provincia di Torino, 1948).

Nicola Destefano | Diritti riservati

È il caso della zanzara tigre (Aedes albopictus) in Europa, in forte espansione anche a causa delle temperature più alte, o dello scoiattolo grigio (Sciurus carolinensis), che sta sostituendo lo scoiattolo rosso (S. vulgaris).

Zanzara tigre (Aedes albopictus)

Zanzara tigre (Aedes albopictus)

Ailanto

Ailanto

Дмитрий Поташкин | Diritti riservati | Adobe Stock

È il caso anche di specie vegetali come l’ailanto (Ailanthus altissima), un albero meraviglioso originario della Cina. Simbolo di perseveranza e resistenza, proprio per queste caratteristiche è diventato una specie invasiva in grado di soppiantare le specie arboree autoctone stravolgendo la composizione dell’ecosistema.

Salmerino di fontana (Salvelinus fontinalis)

Salmerino di fontana (Salvelinus fontinalis)

Rostislav | Diritti riservati | Adobe Stock

Proprio i laghi alpini del Gran Paradiso sono stati invasi da una specie di pesce alloctona, proveniente dal Nord America ed estremamente resistente. Si tratta del salmerino di fontana (Salvelinus fontinalis), introdotto artificialmente in molti laghi alpini del Parco negli anni Sessanta dello scorso secolo.

Rana temporaria, Parco Nazionale Gran Paradiso

Rana temporaria, Parco Nazionale Gran Paradiso

Nicola Destefano | Diritti riservati

Il salmerino ha cambiato drasticamente l’ecosistema dei laghi in cui è stato immesso. Gli invertebrati sono stati sterminati, le popolazioni di rane sono crollate, e le dimensioni degli organismi che compongono il plancton sono diminuite. Le specie più piccole del fitoplancton e dello zooplancton riescono infatti a sfuggire più facilmente ai salmerini.

A partire dal 2012 il progetto europeo Life BIOAQUAE, coordinato dal Parco Nazionale Gran Paradiso, ha permesso l’eradicazione delle popolazioni di salmerini in tre laghi del Parco, presi come esempio per queste azioni di ripristino. In questi tre laghi, appena i salmerini sono scomparsi, rane e invertebrati sono ritornati e la funzionalità dell’ecosistema del lago è stata rapidamente ripristinata.

Tampone eseguito su Rana temporaria per stabilirne lo stato di salute e l’eventuale presenza di parassiti o patogeni

Tampone eseguito su Rana temporaria per stabilirne lo stato di salute e l’eventuale presenza di parassiti o patogeni

Lago Nivolet

Lago Nivolet

Silvia Giamberini | Diritti riservati

È importante sottolineare che una specie non è necessariamente buona o cattiva. Dipende dal contesto ecosistemico e il salmerino, nei laghi d’alta quota del Gran Paradiso, è fuori dal suo contesto.

Salmerino di fonte

Salmerino di fonte

Rostislav | Diritti riservati | Adobe Stock

Una specie fuori dal suo contesto naturale può diventare dannosa e modificare profondamente l’ecosistema. Le specie vanno pensate nella rete di rapporti e relazioni fra l’insieme degli organismi viventi e l’ambiente inorganico. Se stravolgiamo queste reti di interconnessioni non possiamo prevedere come si potrà modificare l’intero insieme.
A volte, è sufficiente eliminare una specie chiave per generare una cascata di effetti difficilmente controllabili. Una lezione che gli esseri umani, nella foga di modificare l’ambiente in cui vivono, faticano spesso a comprendere.

Caccia: necessità, tradizione o danno all’ecosistema?

Stambecco, Parco Nazionale Gran Paradiso

Stambecco, Parco Nazionale Gran Paradiso

ondrejprosicky | Diritti riservati

Molte popolazioni di mammiferi e uccelli delle montagne sono scomparse o sono state fortemente ridimensionate per effetto della caccia, del bracconaggio e della persecuzione dei cosiddetti animali “nocivi”. In qualche caso sulle Alpi si è arrivati persino all’estinzione locale, come nel caso del gipeto (Gypaetus barbatus), della lince (Lynx lynx) e del lupo (Canis lupus italicus) nel secolo scorso, e dell’orso bruno (Ursus arctos) nel XIX Secolo.

Giovane gipeto

Giovane gipeto

Cacciatore in ambiente montano

Cacciatore in ambiente montano

brook | Diritti riservati | Adobe Stock

La caccia con archi, zagaglie, lacci e trappole utilizzata nei secoli scorsi era relativamente poco efficiente. A cambiare drasticamente la situazione fu l’introduzione delle armi da fuoco, con il risultato che molte specie vennero decimate perché non avevano sviluppato comportamenti difensivi adeguati a questo tipo di attacchi umani.

Zagaglie in osso

Zagaglie in osso

Stambecco alpino

Stambecco alpino

Ana Gram | Diritti riservati | Adobe Stock

I fucili furono particolarmente letali per lo stambecco alpino, che per sfuggire agli attacchi dei predatori si affidava alla sua grande abilità di scalatore. Salire su una parete ripida era stato fino ad allora sufficiente per scoraggiare inseguitori non altrettanto abili ma, di fronte a un cacciatore armato di fucile, scalare le pareti rocciose per mettersi in salvo non bastò più.

Il processo di rinselvatichimento, gli interventi di miglioramento apportati alla legislazione e la protezione legale di specie prima considerate “nocive” hanno favorito la riconquista degli spazi perduti nei due secoli precedenti da parte dei predatori. Lupo, martora e gatto selvatico hanno espanso il loro areale in un processo ancora oggi in corso, estendendo la loro presenza anche in pianura dove sono presenti boschi e prede adatti.

Gatto selvatico

Gatto selvatico

Lago di Barrea, Parco Nazionale Abruzzo, Lazio e Molise

Lago di Barrea, Parco Nazionale Abruzzo, Lazio e Molise

horseman82 | Diritti riservati | Adobe Stock

In Appennino, orso e lupo sono sopravvissuti in territori molto limitati.

Orso marsicano (Ursus arctos marsicanus)

Orso marsicano (Ursus arctos marsicanus)

Lince

Lince

Nicola Destefano | Diritti riservati | Adobe Stock

I grandi predatori hanno un ruolo fondamentale per gli ecosistemi montani, ma la convivenza con le pratiche di allevamento può essere talvolta difficile. Per questo motivo, oggi esistono iniziative e progetti attivi sui territori alpini che hanno lo scopo di favorire una pacifica convivenza tra predatori come il lupo e le comunità umane locali.

La foto rappresenta l'ultima uccisione nota di un gipeto nelle Alpi, avvenuta il 29 ottobre 1913 nella Val di Rhêmes. L'esemplare esibito dai tre uomini è ora tassidermizzato e fa parte della collezione del Museo di storia naturale che si sta allestendo all'interno del Castello di Saint-Pierre.

La foto rappresenta l'ultima uccisione nota di un gipeto nelle Alpi, avvenuta il 29 ottobre 1913 nella Val di Rhêmes. L'esemplare esibito dai tre uomini è ora tassidermizzato e fa parte della collezione del Museo di storia naturale che si sta allestendo all'interno del Castello di Saint-Pierre.

Patafisik | CC BY-SA 3.0 | Wikimedia Commons

La reintroduzione del gipeto rappresenta un caso virtuoso per le Alpi. Questo grande rapace, specializzato nel consumo di carcasse e ossa, è stato perseguitato nell’Ottocento perché si pensava erroneamente predasse agnelli e capretti. L’ultimo esemplare alpino fu abbattuto nel 1913 in Val di Rhémes, nel territorio attualmente compreso nel Parco Nazionale Gran Paradiso. 

Gipeto, Parco Nazionale Gran Paradiso

Gipeto, Parco Nazionale Gran Paradiso

Nicola Destefano | Diritti riservati

Dal 1986, un progetto di allevamento e rilascio in natura ha permesso la ricolonizzazione permanente di gran parte dei territori dell’arco alpino dai quali la specie era stata eliminata.

Il territorio del Parco Nazionale Gran Paradiso, con quattro nidi attivi, è ad oggi l’area alpina con la maggior densità di coppie di gipeto.

Una minaccia alla sopravvivenza del gipeto è l’intossicazione da piombo, che colpisce anche altri necrofagi, come l’aquila reale (Aquila chrysaetos), il nibbio reale (Milvus milvus) e il grifone (Gyps fulvus). Questa intossicazione deriva dal consumo delle viscere degli ungulati abbattuti durante la caccia e abbandonate sul posto dai cacciatori.

Grifone

Grifone

L’ingestione di frammenti di proiettili di piombo porta a gravi problemi neurologici e alla morte. Per evitare che questo accada, da anni è in corso una campagna per vietare l’uso delle munizioni al piombo in alcuni ambienti particolarmente importanti.

Cacciatori eviscerano un animale abbattuto

Cacciatori eviscerano un animale abbattuto

L’impatto dei cambiamenti climatici sulle montagne

A causa del riscaldamento globale di origine antropica, i ghiacciai si fondono, diventano sempre più piccoli e sottili e si ritirano. Dal 1850 i ghiacciai alpini hanno perso circa metà del loro volume. Anche la neve invernale diminuisce, arriva tardi e fonde presto. Così le piante alpine fioriscono prima, anticipando il loro ciclo vitale.

L’estate delle montagne si allunga. Sulle Alpi, le temperature medie sono aumentate più rapidamente che nei territori circostanti, di circa due gradi nell'ultimo secolo. Questo valore è quasi il doppio della media globale, e circa una volta e mezzo la media del territorio italiano.

L’Elevation-Dependent Warming, il riscaldamento che si amplifica con la quota, è un fenomeno simile alla “amplificazione artica” ed è particolarmente evidente sulle Alpi.

Nivolet, Parco Nazionale Gran Paradiso

Nivolet, Parco Nazionale Gran Paradiso

federico ranghino/EyeEm | Diritti riservati | Adobe Stock

Quando le temperature aumentano, la superficie bianca della neve e del ghiaccio si riduce lasciando esposti il suolo e le rocce, più scure, che assorbono la luce solare anziché rifletterla. Di conseguenza, il riscaldamento viene amplificato e la temperatura cresce più rapidamente, accelerando la fusione di ghiaccio e neve. È un esempio di retroazione positiva, ovvero di un meccanismo che può amplificare e rafforzare un cambiamento.

Foresta di abete bianco

Foresta di abete bianco

ihorhvozdetskiy | Diritti riservati | Adobe Stock

Gli effetti dell’amplificazione del riscaldamento alle alte quote si riflettono su tutte le componenti dell’ecosistema. La maggior parte delle specie si spostano verso l’alto, per ritrovare condizioni più adatte. Con l’aumento delle temperature, la presenza di parassiti aumenta. I periodi siccitosi favoriscono gli incendi, e specie meno resistenti, come l’abete bianco (Abies alba), vedono ridurre il loro areale di distribuzione.

Torbiera del Nivolet, Parco Nazionale Gran Paradiso

Torbiera del Nivolet, Parco Nazionale Gran Paradiso

Silvia Giamberini | Diritti riservati

Gli ambienti più vulnerabili, come le paludi e le torbiere, rischiano di scomparire. Per alcune specie questi cambiamenti sono visibili più che per altre, come nel caso della distribuzione delle farfalle e di altri insetti come le processionarie.

Alpine Heath (Coenonympha gardetta), Parco Nazionale Gran Paradiso

Alpine Heath (Coenonympha gardetta), Parco Nazionale Gran Paradiso

Salamandra di Lanza

Salamandra di Lanza

Nicola Destefano | Diritti riservati

A fare le spese dei cambiamenti climatici e della necessità di spostamenti altitudinali sono soprattutto le specie rare ed endemiche, o quelle meno mobili, che fanno fatica a tenere il passo con una variazione ambientale così rapida. Poiché la superficie disponibile ad ospitare le specie provenienti dal basso si riduce al salire della quota, si usa dire che quando una specie “sale” ha preso una “scala mobile verso l’estinzione” (in inglese, elevator to extinction).
Un possibile aiuto viene dalla grande variabilità microclimatica degli ambienti montani, che può permettere la sopravvivenza di alcune specie anche con spostamenti modesti, semplicemente trovando le aree dove il microclima è più adatto a loro.

Prateria alpina

Prateria alpina

Silvia Giamberini | Diritti riservati

Anche la fenologia delle specie alpine sta cambiando. È il caso delle piante erbacee d’alta quota, che si sviluppano e fioriscono prima, seguendo l’anticipo della primavera e la fusione spesso precoce della neve.

Ma i tempi di questo anticipo possono essere diversi per specie animali e vegetali, creando possibili sfasamenti (detti mismatch) fra le diverse componenti, ad esempio fra fiori e insetti impollinatori, oppure fra le piante erbacee alpine e gli erbivori che se ne nutrono, con possibili effetti a cascata su tutto l’ecosistema alpino.
L’effetto sinergico di questi fenomeni rischia di provocare una cascata di modifiche nella composizione delle comunità vegetali e animali e sulla biodiversità.

Stambecco maschio

Stambecco maschio

Epipodisma pedemontana, Parco Orsiera Rocciavrè

Epipodisma pedemontana, Parco Orsiera Rocciavrè

Per questo, dal 2006 tre parchi naturali - Gran Paradiso, Alpe Veglia e Alpe Devero e Orsiera-Rocciavrè - hanno attivato un progetto di monitoraggio della biodiversità degli invertebrati che sta fornendo risultati importanti su come sta cambiando la distribuzione delle specie montane.

Osservatorio al Pian di Nivolet

Osservatorio al Pian di Nivolet

Dal 2017, nel Parco Nazionale Gran Paradiso è inoltre attivo l’Osservatorio di Zona Critica alpina dell’altopiano del Nivolet, dove vengono misurati gli scambi di anidride carbonica e acqua tra suolo, vegetazione e atmosfera e sono monitorate le caratteristiche fisiche e chimiche dei suoli e delle acque.

Carbonio ed Eddy Covariance

I processi biologici implicano continui scambi di carbonio, acqua ed energia tra suolo, vegetazione e atmosfera. La fotosintesi assorbe anidride carbonica dall’atmosfera e la immagazzina nel suolo e nelle piante, mentre la respirazione e la decomposizione rilasciano anidride carbonica in atmosfera.
Il cambiamento climatico può modificare l’entità di questi scambi.
Nel 2019 l’Istituto di Geoscienze e Georisorse del CNR ha installato una stazione micrometeorologica, basata sulla tecnica di “Eddy Covariance”, ai Piani del Nivolet nel Parco Nazionale Gran Paradiso, per monitorare con continuità i cambiamenti degli scambi di carbonio e acqua che avvengono nei sensibili ambienti delle praterie di alta quota.

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La Zona Critica è lo strato fra la roccia non alterata e la cima della vegetazione, dove “la roccia incontra la vita” e dove avvengono tutti i processi che sostengono il funzionamento degli ecosistemi di terraferma.
La Zona Critica montana è particolarmente esposta alle variazioni ambientali e agli impatti antropici, e va studiata, monitorata e gestita con attenzione. Una rete di osservatori montani di Zona Critica in realizzazione include aree come il Parco Nazionale della Val Grande, la zona del Monte Rosa e l’Etna.

L’immagine rappresenta un’area in cui una porzione del suolo è stata rimossa. Si possono individuare dalla sezione di suolo rimasta i vari strati che lo compongono e sulla cui sommità si instaura la vegetazione. Questo multistrato, che prende il nome di “Zona critica”, è uno strato vivo in cui roccia, suolo, aria, acqua e organismi viventi interagiscono contribuendo alla regolazione dell’habitat naturale.

L’immagine rappresenta un’area in cui una porzione del suolo è stata rimossa. Si possono individuare dalla sezione di suolo rimasta i vari strati che lo compongono e sulla cui sommità si instaura la vegetazione. Questo multistrato, che prende il nome di “Zona critica”, è uno strato vivo in cui roccia, suolo, aria, acqua e organismi viventi interagiscono contribuendo alla regolazione dell’habitat naturale.

Silvia Giamberini | Diritti riservati

Per la vegetazione inoltre, la rete mondiale GLORIA misura da anni i cambiamenti in corso nell’ambiente montano, ed è presente anche in Italia con diversi osservatori permanenti.

Osservare, misurare, monitorare. Per capire, per costruire modelli che spieghino il funzionamento degli ecosistemi, per sviluppare strategie di conservazione e gestione efficaci e sostenibili. La ricerca può e deve incontrare la pratica, nello sforzo congiunto di costruire approcci basati sulla conoscenza, sui dati oggettivi, che ci permettano di affrontare la sfida dei cambiamenti climatici con indicazioni utili per la conservazione dell’ambiente, degli ecosistemi e della biodiversità.