L’evoluzione del Delta del Po
Delta del Po
Alexandra Nicoleta Muresan | Diritti riservatiSituato sul confine orientale della pianura padana, il Delta del Po rappresenta una delle più grandi zone umide d'Italia. È inoltre patrimonio dell’Unesco, ed è considerato uno dei più importanti hotspot di biodiversità nel mondo.
Antica è la storia del Delta del Po e del legame che unisce queste terre ai suoi abitanti.
Una storia che narra di un ambiente e in continua trasformazione, in cui da millenni fiorenti comunità e civiltà convivono e si adattano alla complessità di questi territori.
L’antica storia del Delta del Po
Da milioni di anni, il mare e la terra si contendono la pianura padana. Come risultato di questa lotta, in passato ci furono periodi in cui l’acqua arrivava a lambire gli Appennini, e altri in cui la terraferma si estendeva per buona parte del Mare Adriatico.
Molti e diversi furono gli abitanti del Delta del Po.
Dalle specie salmastre e marine che popolavano queste terre quando erano occupate dal mare, alle specie africane che milioni di anni fa giunsero fino a qui grazie al prosciugamento del Mar Mediterraneo. Ma anche mammut, rinoceronti lanosi e cervi giganti presenti decine di migliaia di anni fa, quando il Delta del Po si trasformò in una steppa.
A spasso nel tempo con la paleobiologia
Michela Leonardi (University of Cambridge) spiega il significato di paleobiologia, ovvero lo studio degli esseri viventi del passato con i metodi che usiamo per studiare le specie attuali.
Sottolinea l’importanza di questa disciplina per capire come sono cambiate le comunità animali e vegetali nel tempo, sulla base dei cambiamenti climatici che si sono susseguiti nella storia della Terra.
Racconta che probabilmente i paleobiologi del futuro saranno in grado di trovare la traccia nel nostro inquinamento chimico nei sedimenti.
Riferisce che secondo molti scienziati, noi oggi viviamo nell'Antropocene, una nuova era geologica in cui le azioni umane lasciano tracce indelebilie determinano l'evoluzione di tutti gli ecosistemi della Terra e ci stanno portando verso un futuro incerto.
Il primo insediamento umano nella pianura padana prese forma circa un milione e mezzo di anni fa, ed era situato a Monte Poggiolo, vicino a Forlì. Si trattava di una specie umana diversa dalla nostra: l’Homo heidelbergensis.
Ricostruzione di Homo heidelbergensis
Questi antichi europei vivevano di caccia e raccolta, non conoscevano l’uso del fuoco, e usavano schegge di selce e ciottoli di pietra, chiamati chopper e chopping tool, da cui staccavano una o più schegge per creare un lato tagliente.
Strumenti in pietra rinvenuti a Monte Poggiolo
Nel corso di centinaia di migliaia di anni vi furono periodi molto caldi, in cui il livello del mare si alzava fino a coprire tutta la pianura padana, che si alternarono a ere glaciali, in cui l’espansione dei ghiacci portava il livello del mare a essere molto più basso di quello attuale.
Circa trentacinquemila anni fa in particolare, il clima era freddo, e il basso livello del mare portava il fiume Po a sfociare molto più a sud.
L’ultimo e più estremo picco glaciale si verificò circa 22.000 anni fa. Tutta la parte settentrionale dell’Adriatico era emersa, e la foce del Po si trovava più a sud, all’altezza di Pescara.
Carta lito-paleoambientale d'Italia che riporta la massima estensione della terraferma a causa del ritiro delle acque dell’Adriatico, che mostra come la foce del Po fosse localizzata molto più a sud di quella presente, e il fiume sfociasse in corrispondenza del sud delle Marche
La comparsa e l’adattamento di Homo sapiens
Intorno a ventiduemila anni fa la pianura padana era abitata da gruppi di esseri umani della nostra stessa specie, cioè Homo sapiens.
Gli Homo sapiens, pur vivendo di caccia e raccolta come le antiche popolazioni di centinaia di migliaia di anni prima, svilupparono anche comportamenti molto più complessi.
In particolare, le popolazioni scheggiavano la selce in modo molto sofisticato, usavano il fuoco, e sapevano lavorare l’osso e il palco di cervo. Inoltre, creavano opere d’arte e ornamenti personali, e seppellivano i loro defunti.
Ciottolo inciso durante l’Epigravettiano con la figura di uno stambecco, conservato al Museo di Storia Naturale di Verona
Solo alcuni millenni più tardi, a partire dall’età del Bronzo, ebbe inizio la storiografia delle popolazioni del Delta del Po, e delle importanti modifiche del territorio realizzate da queste antiche civiltà.
Mappa della foce del Po che mostra l’insediamento delle popolazioni umane localizzate via via sempre più vicino alla foce: dall’età del bronzo al passaggio degli Etruschi, e dei Romani, al Medioevo, fino agli anni 2000 dove l’uomo ha occupato l’intera area del delta del Po
Ricostruzione di un villaggio delle terramare
Riccardo Merlo | CC BY-SA 3.0 | Wikimedia CommonsUno dei più importanti esempi di modifica del territorio è rappresentato dai villaggi delle Terramare, una cultura che si sviluppò nella pianura padana tra 3.600–3.150 anni fa, durante l’Età del Bronzo.
I villaggi delle Terramare erano circondati da un fossato e composti da abitazioni sopraelevate.
Le popolazioni che le abitavano avevano una società complessa, basata sull’agricoltura e sull’allevamento degli animali; forgiavano oggetti e armi in bronzo, e sfruttavano il cavallo domestico.
Ricostruzione di un villaggio delle Terramare
Delta del Po
ermess | Diritti riservati | Adobe StockLe genti delle Terramare trasformarono in modo sostanziale il territorio per creare terreno coltivabile. Modificarono anche il drenaggio naturale, scavando canali allo scopo di alimentare i fossati che circondavano i villaggi e di irrigare i campi.
La cultura delle Terramare raggiunse il suo apice, con una popolazione numerosa, all'inizio dell'età del Bronzo recente. Poi, nel giro di poche generazioni, un crollo sociale causò un rapido abbandono di questi villaggi.
Durante l'Età del Ferro, a partire dal sesto secolo avanti Cristo, la regione dell’attuale Delta del Po era popolata dagli Etruschi. Fu questo un periodo caratterizzato da un particolare splendore delle città di Adria e Spina, importanti "empori" legati alle rotte commerciali greche.
Nei secoli successivi, le interazioni fra popolazioni umane e l'ambiente naturale continuarono a evolvere e svilupparsi, fino ad arrivare all'Ottocento, secolo di grandi trasformazioni sociali, culturali e tecnologiche.
Valli di Comacchio
Mattia Lanzoni | Diritti riservatiIl territorio del Delta del Po forniva nel passato moltissimi servizi ecosistemici e benefici alle comunità locali, in un rapporto di equilibrio fatto di lente trasformazioni e adattamenti, in sintonia con i ritmi naturali.
Parliamo di risorse come il cibo derivante dalla cattura di pesci e uccelli, dell’estrazione di materiali come l’acqua, le canne e il legno, e di servizi come il supporto al movimento e al trasporto attraverso la navigazione di lagune e corsi d’acqua.
Abbazia di Pomposa
clamon | Diritti riservati | Adobe StockI servizi offerti dal Delta del Po riguardavano anche gli aspetti ricreativi e culturali delle popolazioni locali. È il caso dei balli e dei canti che animavano il Prato delle Duchesse nel Bosco della Mesola, così come quello dell’Abbazia di Pomposa, insediamento benedettino dal VI-VII secolo dopo Cristo, che per lungo tempo ha rappresentato un importante centro culturale, offrendo una ricchissima biblioteca.
Delta del Po, Sacca Scardovari
Mattia Lanzoni | Diritti riservatiAlcuni di questi benefici e servizi per gli esseri umani esistono ancora oggi, e mostrano alcune caratteristiche intatte della loro storia ed essenza, come alcuni strumenti tradizionali utilizzati per la pesca.
Bilancia su una laguna
Le bilance sono grandi reti quadrangolari sorrette da un braccio di bilancia, che vengono tuttora utilizzate calandole dai casoni di pesca, e facendole sprofondare e permanere nell’acqua per alcune ore, fino a procedere con il loro sollevamento e il recupero dei pesci rimasti intrappolati.
Bertovello, Valli di Comacchio
Il bertovello è una rete allungata a forma di imbuto, che viene calata orizzontalmente in acqua, lungo il senso della corrente per raccogliere i pesci di passaggio.
Lavoriero
Il lavoriero è un’opera di pesca costituita da graticciati a forma di V che imprigionano, nel canale di foce, le specie di pesci che migrano verso il mare. Si utilizza per catturare le anguille argentine che, dopo l’accrescimento nelle lagune, fiumi, canali e laghi, ritornano al Mar dei Sargassi per la riproduzione.
Le nuove trasformazioni per mano degli esseri umani
In epoche più recenti, sull’antico legame ed equilibrio tra il Delta del Po e i suoi abitanti sono sopraggiunte alcune ombre.
Un momento critico per la storia e la cultura locale è iniziato a partire dall’Ottocento, quando le imponenti operazioni di bonifica nella parte bassa della pianura padana, e in particolare nella provincia di Ferrara, hanno rischiato di interrompere e compromettere l’antica e intensa attività sociale che caratterizzava il territorio.
Con le bonifiche, infatti, l’assetto dell’area e la sua società hanno subìto profondi cambiamenti.
Il territorio, originariamente caratterizzato dalla mescolanza di terra, acqua dolce e valli salmastre si è trasformato in residui di ambienti separati tra loro: da quelli di acqua dolce, come le Valli di Argenta, a quelli salmastri, cioè le lagune del Delta veneto ed emiliano-romagnolo.
Coltivazioni di mais
Antonello Provenzale | Diritti riservatiGli interventi di bonifica realizzati negli anni Cinquanta del secolo scorso nella Valle del Mezzano, in particolare, hanno trasformato un territorio di terra e acqua in un’area dominata da un intenso regime agricolo, che risulta ancora oggi attivo.
Gli scariolanti
Con il termine “scariolanti” venivano chiamati i braccianti locali, ma anche persone provenienti da diverse regioni d’Italia, che raggiungevano il delta del Po in cerca di un impiego nei lavori di bonifica. Un antico mestiere sopravvissuto fino alla metà del Novecento, che ha impegnato migliaia di uomini per oltre 500 anni con l’obiettivo di prosciugare paludi e creare nuova terra coltivabile e attività economiche nel territorio del delta, modificando gli ecosistemi, l’idrogeologia e la biodiversità.
Delta del Po, campi irrigui arati
Nick | Diritti riservati | Adobe StockCome effetto delle importanti modificazioni del territorio, la pesca è rimasta da allora solo nelle valli e nell’ambiente costiero e di mare aperto, in cui la biodiversità si è mano a mano fortemente ridotta.
Le bonifiche, la progressiva frammentazione e scomparsa di habitat acquatici, la modificazione chimica dell’acqua causata dagli inquinanti immessi per il dilavamento dei terreni agricoli, e l’immissione casuale o volontaria di specie ittiche alloctone hanno causato una forte riduzione nel numero e nella biomassa dei popolamenti ittici propri del Delta del Po.
Pseudorasbora parva, specie aliena introdotta durante semine e ripopolamenti ittici
A evidenziare questo fenomeno sono studi scientifici, come quello realizzato da Castaldelli et al. (2013), che dimostrano una forte diminuzione delle specie tipiche dei canali del basso territorio ferrarese fra il 1991 ed il 2009, a vantaggio delle specie esotiche.
Negli anni più recenti, l’intensificazione della pesca sportiva e dell’immissione di specie aliene “ricercate” per le gare di pesca come la carpa erbivora o amur ha modificato fortemente la presenza delle macrofite.
Carpa erbivora, amur, (Ctenopharyngodon idella), proveniente dai grandi fiumi dell’estremo Oriente, è stata immessa a scopo pesca sportiva dopo la metà del Novecento soprattutto nel bacino del Po e dell’Arno. Si tratta di un voracissimo erbivoro che consuma sia piante acquatiche radicate che macrofite
Tutto questo ha prodotto importanti modifiche dei processi dell’ecosistema, e in particolare una drastica riduzione della capacità depurativa dei sistemi acquatici sulle acque di scolo agricole, a causa dell’eccessivo utilizzo di diserbanti e fertilizzanti.
Ninfea gialla (Nuphar lutea), in passato abbondantissima in Valle Santa e ora in declino
Bosco della Mesola, presso il Lido di Volano
Luca Parodi | Diritti riservatiUn altro importante fattore di impatto antropico sul Delta del Po è quello indiretto che riguarda l’innalzamento del mare per effetto degli attuali cambiamenti climatici. L’innalzamento del mare porta infatti alla salinizzazione dei territori costieri, a causa dall’ingressione sempre più spinta del cosiddetto cuneo salino.
Il terreno costiero si comporta come una sorta di spugna, e contribuisce a mantenere un equilibrio tra l’acqua dolce delle falde e l’acqua salata del mare.
Schema del terreno costiero in condizioni naturali di equilibrio che nel sottosuolo presenta un normale apporto di acqua dolce che va a contrastare l’ingresso dell’acqua salata proveniente dal mare
Tuttavia, eventi naturali (come la carenza di piogge) e fattori antropici (come l’eccessivo pompaggio di acqua dolce per sopperire alle necessità idriche dei territori) possono rompere questo equilibrio.
Quando questo accade, la “spugna” priva di acqua del terreno costiero si riempie di acqua salata, che prende facilmente il posto precedentemente occupato dall’acqua dolce.
Schema dell’ingressione del cuneo salino nel terreno costiero agevolata dalla modifica della portata d’acqua dolce sottostante per opera di prelievo da parte dell’uomo, che ne diminuisce il contrasto con l’acqua salata che penetra sempre più all’interno
Questo processo prende quindi il nome di ingressione del cuneo salino, ovvero di intrusione di acqua salina nei territori costieri.
La minaccia del cuneo salino
Gli ambienti deltizi sono punto di incontro tra acque dolci e acque del mare.
Il cuneo salino è l’intrusione di acqua salata nei territori della costa, un normale fenomeno dei delta costieri dei fiumi che però, da alcuni decenni, mostra ritmi sempre più preoccupanti a causa di un eccessivo impatto antropico, che causa effetti negativi anche sulla vegetazione naturale, sull’agricoltura e sull’acquacoltura. Risulta quindi necessario tutelare più attentamente gli equilibri degli ecosistemi fluviali e deltizi.
L’ingressione del cuneo salino nel Delta del Po è stata monitorata da ARPAE (ARPA Emilia-Romagna), che ha prodotto una mappatura che mostra questa trasformazione a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso.
Evidenziata in giallo, l’ingressione del cuneo salino, anni ’50/’70. Fonte dati: ARPAE 2005
CC0 Pubblico dominioNegli anni Cinquanta-Settanta, la risalita delle acque marine si estendeva fino a 2-3 km dalla foce di ciascun tratto del delta (zona in giallo).
Evidenziata in giallo, l’ingressione del cuneo salino, anni ’70/’80. Fonte dati: ARPAE 2005
CC0 Pubblico dominioNegli anni Settanta-Ottanta, l’intrusione si estendeva fino a circa 10 km dalla foce di ciascun tratto.
Evidenziata in giallo, l’ingressione del cuneo salino, anni 2000. Fonte dati: ARPAE 2005
CC0 Pubblico dominioNegli anni 2000, la risalita dell’acqua marina raggiungeva i 20 km e oltre dalla foce di ciascun tratto.
Secondo i dati, nel 2019 si stima che la risalita del sale abbia raggiunto circa 30 km dalle foci di ciascun ramo del delta. Questo fenomeno ha reso necessari una serie di cambiamenti produttivi degli spazi agricoli, per i quali sono progressivamente selezionati prodotti che sopportano alti gradi di salinità, come ad esempio riso, cocomeri, e meloni.
Il Delta del Po fornisce ancora oggi importanti Servizi Ecosistemici all’uomo, che si trovano tuttavia in pericolo a causa dell’eccessivo impatto delle attività umane.
Tra i principali Servizi Ecosistemici oggi in grave pericolo troviamo:
la rigenerazione del suolo, compromessa dalle impattanti azioni di aratura ed erpicatura profonde, ma che può essere tutelata agendo con corrette pratiche agricole non invasive, che garantiscono al contempo una buona ossigenazione e una presenza di abbondanti popolamenti microbici senza seppellire la sostanza organica superficiale in zone profonde povere di ossigeno e di microrganismi; il mantenimento di patrimonio genetico; e la fornitura di cibo e di materie prime.
Il riciclo dei nutrienti, legato alla decomposizione e alla mineralizzazione, che risulta essenziale per assicurare la fertilità del suolo;
l’impollinazione, per la quale alcune essenze rappresentano un rifugio fondamentale di specie di impollinatori, che agiscono poi su altre specie vegetali.
Le soluzioni per un utilizzo sostenibile dei suoli costieri esistono, e necessitano oggi di una crescente attenzione e decisa implementazione (parere della FAO, ottobre 2021).
Richiedono politiche sostenibili a vari livelli della società: dall’adozione di tecnologie idonee per gli operatori agricoli, fino alla crescente diffusione di programmi didattici e di sensibilizzazione della popolazione sull’importanza della salvaguardia dei suoli, sulle sfide dell’adattamento agli effetti dei cambiamenti climatici e per la tutela dei Servizi Ecosistemici e delle comunità che ne beneficiano.