Le foreste montane
Custodi della montagna
Le foreste proteggono la montagna e tutti gli esseri che ci vivono, inclusi gli umani. Gli alberi infatti, con le loro radici, consolidano il terreno e riducono le frane, mentre con i fusti prevengono le valanghe. Fronde e radici assorbono l’acqua delle piogge e della neve, rilasciandola lentamente e proteggendo le valli dal rischio delle esondazioni. Le foreste svolgono anche un’importante funzione di stoccaggio di carbonio, che è conservato nel legno, evitandone il rilascio in atmosfera sotto forma di gas serra.
In passato boschi e foreste erano considerati ambienti da sfruttare per estrarre risorse come il legname, e per l’approvvigionamento di cibo attraverso la raccolta di frutti e la caccia. Oggi è sempre più evidente che il modo migliore per ottenere i maggiori benefici dalle foreste è proteggere la loro naturalità e biodiversità.
Non solo alberi
Le foreste sono molto più che “un insieme di alberi”. Si tratta piuttosto di complesse comunità di specie vegetali e animali, di funghi e di microrganismi, la cui presenza e sviluppo dipendono dalle interazioni reciproche e dalle caratteristiche dell’ambiente. Ambiente che a loro volta modificano, dando vita a quel dinamismo dei boschi che prende il nome di successione forestale.
Esistono conifere in grado di vivere in condizioni di clima arido e su suoli poveri di nutrienti, come nel caso del pino silvestre (Pinus sylvestris), che forma tipicamente boschi aperti.
Pino silvestre (Pinus sylvestris)
Sottobosco
Diritti riservatiLe peccete invece, cioè boschi dove prevale l’abete rosso (Picea abies), hanno un sottobosco naturalmente arricchito da una varietà di specie erbacee profumate, come ericacee, rododendri e mirtilli.
Sottobosco, abete rosso
Larici, Monte Albergian
Giuseppe Bogliani | Diritti riservatiA questi si aggiungono i lariceti, dominati dal larice (Larix decidua), e i boschi di larice e pino cembro (Pinus cembra).
I lariceti presentano poche specie di sottobosco perché, diversamente dalle altre conifere, in autunno perdono le foglie che, decomponendosi molto lentamente, ricoprono il suolo ostacolando lo sviluppo di altre specie di piante.
Faggeta
Antonello Provenzale | Diritti riservatiA popolare i versanti degli ambienti montani ci sono anche i boschi di latifoglie, come nel caso delle fitte faggete (Fagus sylvatica).
Nel sottobosco delle faggete le poche specie erbacee trovano spazio solo in primavera, grazie a una maggiore irradiazione solare che precede il momento in cui gli alberi sviluppano il fogliame.
L’intervento umano ha in molti casi trasformato profondamente le foreste montane. La composizione dei boschi nella quasi totalità delle Alpi e degli Appennini è stata modificata nel corso dei secoli per favorire lo sfruttamento del legname. Emblematico è il caso del castagno (Castanea sativa). Presente fino a circa 1.000 metri di quota, è stato ampiamente coltivato in Europa fin dal Medioevo per trarne frutti e legname.
Castagno
Ma come nascono le foreste? In che modo i fianchi delle montagne riescono a ricoprirsi di questo prezioso e utilissimo mantello?
Osservare quello che succede nelle aree periglaciali (ad esempio nelle Alpi Centrali e Occidentali) e sui ghiaioni di scarico dei detriti di erosione (comuni ad esempio nelle Dolomiti) ci consente di immaginare come erano i pendii delle montagne quando si sono formate, prive di suolo e di vegetazione.
Le prime forme di vita che attecchiscono sono le cosiddette specie pioniere, cioè organismi che colonizzano per primi i terreni spogli. Ne sono esempio i licheni, che sfruttano il vantaggio della simbiosi alga-fungo per sopravvivere anche in mancanza di suolo.
Alle quote più basse, la formazione di suolo consente lo sviluppo degli arbusteti, come quelli di rododendro (Rhododendron) e di pino mugo (Pinus mugo). Solo in uno stadio più maturo i cespugli radi lasciano il posto al bosco.
Alle quote più alte si genera invece la prateria, mentre sui versanti instabili il continuo rilascio e movimento di detriti permette soltanto la presenza di piante pioniere.
Le caratteristiche del clima e del suolo determinano le specie arboree dominanti nelle foreste.
Faggeta, Gran Paradiso, Val Soana
Le faggete si sviluppano in zone con temperature non rigide e precipitazioni relativamente abbondanti, a quote tra 900 e 1400 metri, su suoli profondi e maturi. In Italia le faggete sono più comuni in Appennino.
Valsavarenche, Parco Nazionale Gran Paradiso
L’abete rosso si spinge fino a 2000 metri, al limite superiore della vegetazione arborea. Ѐ diffuso principalmente sulle Alpi, può formare boschi puri (peccete), oppure convivere con il faggio alle quote inferiori, o con l’abete bianco (Abies alba) e il larice alle quote superiori.
Abetaia
L’abete bianco predilige suoli asciutti e zone ombrose, resiste alle temperature rigide ma non al vento. Forma consorzi puri di soli abeti (abetine) ma vive bene anche in associazione con il faggio. Ѐ più diffuso sulle Alpi, mentre in Appennino si ritrova in comunità frammentate, risultanti della sua coltivazione da parte umana.
Il ciclo della vita nelle foreste e il ruolo degli animali
Funghi saproxilici in una faggeta del Gran Paradiso
Nicola Destefano | Diritti riservatiLa stragrande maggioranza della sostanza organica prodotta dagli alberi viene consumata quando è già morta.
Tronchi, rami e foglie diventano nutrimento per batteri e funghi, che svolgono una funzione cruciale: decompongono la materia organica i cui elementi costitutivi ritornano così disponibili, entrando a far parte dei cicli biogeochimici.
Latterini (Clitocybe nebularis)
Anche gli animali sono protagonisti attivi del metabolismo e dei dinamici cambiamenti delle foreste.
Cinghiale
Cervo volante
Nicola Destefano | Diritti riservatiAl consumo della sostanza organica contribuiscono ad esempio lombrichi e grossi insetti come la Rosalia alpina e il cervo volante (Lucanus cervus), le cui larve scavano gallerie nei tronchi degli alberi morti o in via di deperimento, per nutrirsi del legno.
Picchio nero
Nicola Destefano | Diritti riservatiA trasformare i boschi sono anche diverse specie di uccelli. Da quelli che si nutrono di frutti, favorendo così la dispersione e la crescita di nuove piante, a quelli specializzati, come diverse specie di picchi.
Il nome della ghiandaia, Garrulus glandarius, deriva dalle abitudini alimentari di questa specie, che predilige nella sua dieta il consumo di ghiande.
Garrulus glandarius
I picchi, come il picchio rosso maggiore (Dendrocopos major), utilizzano il becco per scavare il legno ed estrarre le larve delle quali si nutrono. Inoltre, con il becco trasportano le spore dei funghi da un albero all’altro, favorendo la decomposizione del legno morto.
Picchio rosso maggiore (Dendrocopos major) con fungo lignicolo
Bosco di faggio, Val Grande di Lanzo
Giuseppe Bogliani | Diritti riservatiLe foglie, quando sono ancora verdi, possono essere alimento per diverse specie: sia di animali di piccole dimensioni come gli insetti fitofagi, che di erbivori ben più grandi, come il cervo (Cervus elaphus) e il capriolo (Capreolus capreolus).
Le attività di brucatura, di scortecciamento e sfregamento dei palchi su arbusti e piccoli alberi rallentano la crescita di alcune specie vegetali e favoriscono indirettamente quella di altre piante, contribuendo a modellare l’aspetto di un bosco.
Bosco bandito di Palanfrè sulle Alpi Marittime, nel sud-ovest del Piemonte
Antonello Provenzale | Diritti riservatiIl lupo (Canis lupus) è un caso emblematico di come la fauna, e in particolare i grandi predatori, possano plasmare l’ambiente forestale.
Come tutti i predatori all’apice della catena alimentare, il lupo è un elemento importante degli ecosistemi forestali. Controllando la popolazione di erbivori, regola indirettamente anche lo sviluppo della vegetazione.
Proprio per questo motivo, da decenni il lupo è oggetto di numerosi progetti di conservazione e di promozione della convivenza, non sempre facile, con gli insediamenti umani sul territorio italiano.
Canis lupus italicus
Il ritorno del lupo: una convivenza possibile
Francesca Marucco (Università di Torino) racconta che sulle Alpi il lupo è stato completamente estirpato all'inizio del Novecento. Una piccola popolazione era rimasta nella zone centrale dell'Appennino e da questa, tra il 1990 e il 2000, è ripartita una ricolonizzazione naturale.
Riferisce di come il lupo sia un animale fondamentale all'interno dell'ecosistema. Però essendo un superpredatore, potrebbe cacciare anche gli animali domestici e quindi entrare in conflitto con le attività umane. Risulta quindi necessario mettere in atto sistemi di prevenzione (utilizzo di recinzioni elettrificate, cani da guardiania e la presenza dell’allevatore).
Pone l’attenzione sulla conoscenza che è l'unico strumento che abbiamo a disposizione contro l'ignoranza, per sviluppare coesistenza a lungo termine ed efficaci strategie di conservazione.
Come cambiano le foreste nelle montagne italiane
Disboscamento di foresta montana in Trentino
Fabio Pupin | Diritti riservatiSe gli esseri umani non avessero modificato fortemente l’ambiente, l’Italia sarebbe oggi in gran parte coperta da foreste. La necessità di recuperare terre coltivabili ha portato invece alla scomparsa quasi totale delle foreste di pianura e delle colline.
Valmalenco, baita rudere
merial | Diritti riservati | Adobe StockA partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, però, l’abbandono della montagna ha fatto sì che i boschi tornassero a colonizzare aree che un tempo erano coltivate o pascolate. Questa tendenza è visibile in tutte le regioni italiane, anche se con intensità diverse, come rivelano le stime di superficie forestale pubblicate dagli inventari forestali nazionali.
Vanoise, Francia
estivillml | Diritti riservati | Adobe StockL'abbandono dei pascoli alti insieme all’aumento delle temperature, sta facendo salire di quota i boschi montani, che raggiungono oggi altitudini sempre maggiori.
Nel periodo 1985-2005, l’aumento della superficie forestale è stato di circa 80 mila ettari ogni anno e di oltre 50 mila all'anno nei dieci anni successivi.
Nel 2015, la superficie forestale complessiva in Italia era di circa 11 milioni di ettari, circa un terzo dell’intero suolo nazionale che è di 30 milioni di ettari.
Le stime dell’aumento della superficie forestale sono uno strumento importante per valutare l’impatto umano sugli ecosistemi e per sviluppare efficaci piani di sostenibilità.
Grafico della variazione della superficie forestale, dove sull’asse delle ordinate vi sono gli ettari e sull’asse delle ascisse la scala temporale che va dal 1970 al 2015. Il grafico mostra un marcato aumento della copertura forestale dagli anni 70 al 2005 dove si raggiunge un picco di 10 milioni di ettari. La crescita continua anche se meno marcata fino ad arrivare a 11 milioni di ettari nei dieci anni successivi, ovvero al 2015.
Un importante dibattito scientifico riguarda la gestione e il monitoraggio dello stato delle foreste.
Il termine "foresta" viene usato per tante formazioni, naturali e non, caratterizzate da un certo grado di copertura arborea.
Pioppeta piantumata
mallorca78 | Diritti riservati | Adobe StockI due estremi sono rappresentati dalle foreste primarie, in cui i processi ecologici sono integri, e dalle piantagioni di alberi, più simili a elementi agricoli.
Nel mezzo ci sono le foreste seminaturali, che combinano processi ecologici naturali con attività di utilizzo da parte dell'uomo.
Maggiore è il grado di naturalità, maggiore è il valore ecologico. In primis vengono le foreste primarie o quelle vetuste, indisturbate da secoli.
Ripristinare le antiche coperture forestali risulta difficile, a causa dei massicci cambiamenti di uso del suolo e dell’introduzione volontaria o accidentale di specie esotiche. Questi fattori potrebbero impedire il ripristino della superficie forestale a cui avremmo assistito, nell’arco di qualche secolo, in assenza del forte impatto delle attività umane.
Robinia pseudoacacia è una specie aliena, originaria dell'America del Nord e introdotta in Europa a partire dal '600
Oltre all’impatto diretto delle attività umane, a incidere sull’estensione e sulla ricchezza delle foreste italiane si aggiunge un importante impatto indiretto: il cambiamento climatico causato dalle emissioni antropiche di gas serra. Un possibile effetto di questo cambiamento è l’aumento della frequenza e dell’intensità degli eventi meteorologici estremi.
La tempesta Vaia, che dal 26 al 30 ottobre 2018 ha colpito un territorio molto vasto in Italia settentrionale, è uno dei più memorabili disastri che hanno interessato le foreste italiane.
La tempesta è stata accompagnata da venti fortissimi, fra i 100 e i 200 km/ora, che hanno provocato distruzione su vaste estensioni di boschi delle Alpi centrali e orientali. Secondo le stime, questo evento eccezionale ha abbattuto 42 milioni di alberi, su una superficie di 41 mila ettari.
Gli effetti della tempesta Vaia
Ips typographus
A essere colpite sono state soprattutto le superfici nelle quali l’abete rosso (Picea abies) veniva gestito in lotti monospecifici, ovvero costituiti da una sola specie, e con alberi della stessa età.
Questo scenario, già di per sé critico, è stato poi aggravato da un'infestazione da parte di un insetto, il bostrico (Ips typographus). Si tratta di un coleottero che si nutre della parte di tronco fra la corteccia e il legno e che, cresciuto di numero grazie alla straordinaria abbondanza di tronchi a terra, potrebbe attaccare anche le foreste residue.
La tempesta Vaia rappresenta un triste esempio di quello che i rapidi cambiamenti climatici in corso possono provocare sui nostri territori, specialmente nei boschi con scarsa diversità nella tipologia e nell’età degli alberi.
Questo evento dovrebbe costituire un importante monito all’importanza di prenderci cura dei nostri boschi, tutelando le foreste naturali e favorendone la biodiversità.
L’attento monitoraggio delle foreste, la cura nelle scelte di gestione dei boschi e di selezione delle specie arboree per la tutela della naturalità, costituiscono oggi l’unica strategia percorribile per consentire la salvaguardia della biodiversità, degli equilibri di questi complessi ecosistemi e per garantire la sicurezza e la salute dei nostri territori.